Avyakata, gli inesprimibili

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MAJJHIMA NIKAYA

Sabbâsava Sutta – Ogni asava (contaminazioni mentali)

“Così mentre reputa degne cose indegne e indegne cose degne, nuovi asava sorgono in lui e gli antichi si rinforzano.

E con leggera attenzione egli pensa così: sono mai esistito nelle epoche passate? O non sono mai esistito? Che cosa sono stato o non sono stato nelle epoche passate? E in che modo sono divenuto quel che allora sono stato? Esisterò o non esisterò nelle epoche future? E in che modo? Anche il presente lo riempie di dubbi: Esisto o non esisto? Che cosa e come sono io? Da dove sono venuto e dove andrò?

E con tali pensieri leggeri egli giunge ad una delle sei opinioni, diviene in lui ferma persuasione: io ho un’anima; io non ho un’anima; poiché ho un anima prevedo di continuare ad averla; pur avendo un anima prevedo che la perderò;; senz’anima prevedo animazione; questo me stesso si troverà’ qua e la’, a godere il premio delle buone e delle cattive opere; e questo me stesso e’ permanente, persistente, eterno, immutabile, rimarrà’ quindi a sé eternamente eguale.

Questo si chiama, o monaci, vicolo delle opinioni, caverna delle opinioni, gola delle opinioni, spina delle opinioni, roveto delle opinioni, rete delle opinioni. Impigliatosi nella rete delle opinioni, o monaci, l’inesperto figlio della terra non si libera dal nascere, dall’invecchiare e morire, dal bisogno, dalle miserie e dalle pene, dallo strazio e dalla disperazione  non si libera, vi dico, dal dolore.

Ma il discepolo esperto e realizzato, che accede alla dottrina, riconosce ciò che merita attenzione e riconosce ciò che non merita attenzione, stima ciò che è degno e non stima l’indegno, perciò in lui non sorgono nuovi asava e gli antichi si estinguono.

Questo e’ il dolore, pensa egli profondamente; questa e’ l’origine del dolore; questo e’ l’annientamento del dolore; questa e’ la via che conduce all’annientamento del dolore. E con tale profondo pensiero gli si sciolgono i tre vincoli: la fede nella permanenza personale, l’ incertezza piena di dubbi e l’ascesi fine a se stessa.”

Che cosa sono io? Come sono io? Io sono? Io non sono? Sono esisto in passato? Non sono esisto in passato? Che cosa era in passato? Come ero in passato? Essendo stato quello, sono diventato ciò in passato? Esisterò in futuro? Non esisterò in futuro? Che sarò in futuro? Come sarò in futuro? Essendo stato quello, diventerò ciò in futuro? Da dove è venuta questa persona? Dove andrà?

Queste domande racchiudono i due atteggiamenti dell’essere umano verso il mondo e sono figlie di una concettualizzazione dell’esperienza fenomenica, cioè quel che riteniamo sia la realtà ma non ciò che è.

A queste domande sulla persona e il sé si aggiungono gli altri avyakata, cioè i cosiddetti inesprimibili che sono questioni metafisiche su cui non ci si può pronunciare perché non soggette alla verifica: il mondo è eterno, il mondo è infinito, il Tathagata esiste dopo la morte.

Credere che sia così riflette il punto di vista degli eternalisti, credere il contrario riflette il punto di vista dei materialisti o edonisti nichilisti.

Il Buddha critica entrambi i punti di vista perché mediati dalla concettualizzazione della realtà e non frutto dell’esperienza e visione dirette: sono punti di vista che generano attaccamento alle opinioni e impediscono il raggiungimento del nibbana.

Per quanto riguarda l’esistenza o meno di un sé o anima, e del rapporto di questa con la morte, il Buddha imposta la questione  da un punto di vista etico: se l’anima sopravvive al corpo e quindi è eterna e immutabile,  le azioni compiute da un corpo che svanirà non influenzeranno quel che accadrà all’anima, e se questa anima è eterna e quindi immutabile non verrà influenzata dalle azioni compiute da essa stessa, e quindi decadrebbe la responsabilità morale – fatto impossibile da verificarsi nel buddhismo.

Viceversa se anima e mente scompaiono con la morte, ugualmente né l’una né l’altre e né insieme essi saranno influenzati dalle azioni.
Entrambi i punti di vista quindi non sono percorribili e non si accordano con la responsabilità etica e con la teoria della genesi condizionata, il paticcasamuppada.

Inoltre il Buddha non esprimeva opinioni su questioni metafisiche perché esterne, ossia senza alcuna diretta relazione con il suo insegnamento:l’estinzione dello stato insoddisfacente dell’esistenza. Da qui il “nobile silenzio” del Buddha sugli avyakata, i grandi dubbi metafisici che possono essere soltanto maneggiati attraverso il pensiero astratto  e l’ipotesi e non hanno possibilità di riposta effettiva.

Il Buddha non poteva rispondere a queste domande non solo perché non esistono le risposte, ma anche perché un suo parere sarebbe stato caricato della sua autorevolezza e avrebbe alterato il cammino spirituale del discepolo, che avrebbe creduto all’eternità o alla fine solo per la sua parola, trasformando l’ortoprassi  personale e responsabile che è il Dhamma in una forma di ortodossia.

Link a sutra di riferimento:

http://www.canonepali.net/sn/sn_libro56/sn56-31.htm
http://www.canonepali.net/mn/mn_63.htm
http://www.canonepali.net/mn/mn_22.htm

Massimo Paradiso

 

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