Fa male anche a te? Etica realista e liberazione animale

Il maiale non fa la rivoluzione (Ed. Sonda)

Il maiale non fa la rivoluzione (Ed. Sonda)

Non mi capita più spesso di leggere un saggio in pochi giorni quasi fosse un romanzo. Per questo entusiasmo ritrovato devo ringraziare Leonardo Caffo e il suo libro “Il maiale non fa la rivoluzione” (ed. Sonda).

Il saggio di questo giovane e brillante filosofo è innanzitutto un’ottima esposizione sulle maggiori teorie antispeciste, o meglio sulla questione della liberazione animale. In breve: perché sarebbe eticamente sbagliato sfruttare gli animali per mangiare, vestirci, divertirci o fare ricerca. Non solo il volume è ben scritto e utilizza un linguaggio scorrevole, tecnico solo dove necessario (è pur sempre filosofia, baby), ma adotta in alcuni punti un piacevole stile “pop”, senza per questo squalificare il discorso sulla sofferenza animale.

In realtà quelle di Caffo sono pagine difficili non per lo stile o il taglio filosofico, ma perché ci ricordano costantemente del dolore e della morte che infliggiamo ad almeno 50 miliardi (avete letto bene) di creature senzienti ogni anno, per motivi che non vanno oltre una bistecca o un paio di scarpe. Se ci fermiamo solo un istante scopriremo che questa tragedia sfida la nostra capacità di essere descritta e compresa. E che per lo più riduciamo a un’insopportabile questione di “gusti”: “A me piace la carne a te il tofu, io la mangio tu no, sono gusti.”

Consiglio a tutti di leggere questo saggio, sia a chi sceglie di non mangiare un altro essere senziente (vegani e vegetariani) sia a chi sceglie di farlo. Ai primi, il libro è indispensabile per non ritrovarsi invischiati in discorsi pseudoscientifici su detossificazioni, alcalinizzazioni, alimenti bio, energie, fumisterie spilla-soldi e fondare il proprio stile di vita su una solida base etica; ai secondi, perché la scelta è seria e se non sceglierete consapevolmente sarete condannati a farvi rappresentare da conduttori radiofonici che brandiscono salami in nome della libertà dei gusti, aggiungendo alla tragedia il ridicolo.

Lasciando i salumi e chi li brandisce all’oblio che meritano, torniamo al volume di Caffo. Il suo lavoro è stimolante perché pone problemi che non riguardano solo gli animali, ma tutti noi. L’autore difende una tesi particolarmente impegnativa: è un realista etico, ossia ritiene che possiamo giudicare del bene e del male di un’azione indipendentemente dalla quantità e qualità delle condizioni “al contorno” che di solito aggiungiamo a questo giudizio. Semplificando (un atto che spero sia solo condizionatamente cattivo), un giudizio etico può essere buono o cattivo esattamente come un’asserzione scientifica sul mondo può essere vera o falsa. Esisterebbero quindi leggi etiche che hanno lo stesso valore delle leggi fisiche, riferendosi ad una realtà indipendente ed esterna al soggetto che le formula (anche se in via incompleta o inesatta, e che proprio per questo può poi completarle e renderle esatte adeguandole alla realtà).

Il tema è fondamentale: non ci sono giustificazioni (come ad esempio la cultura) che definiscano il valore etico di un’azione. Rendere schiavo un essere umano, torturarlo, ucciderlo, abusare di lei o lui erano, sono e saranno azioni cattive.

Non sono tecnicamente in grado di discutere la posizione di Caffo, tuttavia l’entusiasmo che ha saputo ispirarmi mi spinge a superare il “pudore” dell’incompetenza e a tentare alcune considerazioni. Procederò per domande e proporrò le mie risposte, per quel che valgono…

La domanda da cui vorrei partire è: cosa accade se si agisce contro l’ordinamento etico “reale” del mondo? Riesco a immaginare solo due possibilità: 1) a seguito della trasgressione non succede nulla; 2) trasgrediamo una legge in qualche modo (per ora indeterminato) analoga a una legge naturale, per cui ci saranno conseguenze (di che tipo? Reali, ossia in qualche modo accertabili).

Se seguiamo la prima possibilità, mi sembra che l’etica cessi di avere qualsiasi valore pratico: perché compiere il bene invece del male? Anche riuscendo a riconoscere in modo oggettivo cosa è bene e cosa è male, perché scegliere l’uno invece dell’altro? La soluzione di Kant a questo problema, se non ricordo male, fu di postulare l’esistenza di Dio come colui che garantisce l’ordinamento morale, premiando i virtuosi (va da sé che i cattivi vadano puniti). Ammettere l’ordinamento etico oggettivo della realtà condurrebbe quindi ad ammettere la necessità dell’esistenza di Dio? Per quel poco che ne capisco, la faccenda si complica – ma certamente mi è sfuggito qualcosa…

Se percorriamo la seconda ipotesi, ossia che un’azione contraria all’etica ha delle conseguenze, mi sembra che cada buona parte della provocazione intellettuale di Caffo contro l’antispecismo politico. Faccio un passo indietro. Esistono diversi modi di intendere l’antispecismo. Uno di questi è l’antispecismo politico, che vede la liberazione animale come una parte della battaglia più ampia per la liberazione di ogni oppresso (animale o umano).

Contro questa posizione, il nostro autore propone ai suoi lettori un esperimento mentale: immaginate che si possano liberare definitivamente gli esseri umani da ogni forma di oppressione senza modificare in nulla le pratiche oppressive sugli altri animali – avete prove che questo non sia possibile? Non solo: avete prove che liberare gli animali non sarà un danno per gli esseri umani? La risposta di Caffo a queste domande è no, tuttavia questo non sarebbe un problema: liberare un oppresso è moralmente giusto, quindi va fatto indipendentemente dal tornaconto. Una posizione tanto compassionevole, quanto eroica.

Tuttavia, se ammettiamo che un’azione contraria all’etica ha delle conseguenze reali su chi la compie (come non rispettare il teorema di Pitagora o la legge di gravità: se mi butto da un balcone, cado), mi sembra sensato affermare che la semplice sommatoria di questi effetti avrà delle conseguenze reali sul gruppo degli oppressori. Ne conseguirebbe che noi umani non potremmo dirci al riparo da conseguenze negative finché non smetteremo di opprimere altri esseri senzienti. Esito che mi sembra confutare l’esperimento mentale di Caffo: avremmo una prova che liberare gli animali risulterà in un vantaggio per noi, in altre parole avremmo trovato una prova che l’antispecismo politico è fondato, proprio partendo dalla posizione del realismo etico (by the way, se questa obiezione vi ricorda qualcosa di analogo al “karma”, direi che ricordate bene).

Per concludere, benché comprenda l’appello per una battaglia di liberazione degli animali nel loro interesse e non per qualche nostro tornaconto, tuttavia resisto più o meno razionalmente all’idea di un’azione etica indipendente dagli interessi di chi la compie. Alla mia limitata intuizione un’azione così perderebbe di qualsiasi valore pratico, perché perderebbe una delle sue più importanti caratteristiche: un fine invariabilmente orientato al bene di chi le compie. Un’etica come quella che descrive Caffo non mi sembra legata alla naturale inclinazione alla crescita e al benessere di chi la pratica.

Che ne pensate?