Interdipendenza, la chiave per una visione complessa

InterdipendenzaProviamo a trattenere il respiro. Quanto possiamo farlo? Un minuto, due se siamo allenati. Ignoro quale sia il record di apnea, ma so per certo che per arrivare a tre o quattro minuti senza aria occorre un duro allenamento. È evidente che l’ossigeno ci è indispensabile, e che inoltre deve essere in una precisa proporzione rispetto al resto dei gas che respiriamo, perché possiamo continuare a vivere. Dipendiamo dall’ossigeno, ovviamente.

È un’esperienza altrettanto comune che gli esseri viventi dipendano dal cibo e dall’acqua per sopravvivere, e certamente noi esseri umani (per quanto vorremmo) non facciamo eccezione. Tanto il cibo che l’acqua, come l’ossigeno, sono parte di una serie complessa di scambi tra noi e il nostro ambiente. Gli scarti di qualcuno sono cibo per altri, e molto più spesso qualcuno è cibo per qualcun’ altro: la catena alimentare, come ricordiamo dalle lezioni di biologia a scuola, è un sistema in cui prede e predatori dipendono gli uni dagli altri per sopravvivere. Ogni squilibrio si ripercuote sull’intero ciclo. Ogni elemento di questo sistema dipende dagli altri, è tanto causa che effetto, in un ciclo infinito.

Nella riflessione filosofica buddhista, la constatazione che la realtà è una complessa rete di cause ed effetti è detta “interdipendenza”. Pur essendo un concetto presente già nella prima predicazione di Gotama, è solo con le scuole del Mahayana, il Grande veicolo, che esso viene sviluppato in modi talvolta sorprendenti, come nella riflessone di uno dei più grandi filosofi buddhisti, Nagarjuna.

Affermare che ogni cosa dipende da qualcos’altro per esistere, e che la reciproca rete di cause ed effetti che sostiene ogni fenomeno è virtualmente infinita, ha diverse conseguenze. Proviamo ad esplorarne qualcuna, mantenendo tuttavia la nostra attenzione sulla nostra esperienza quotidiana, piuttosto che avventurarci in derive cosmologiche. Non credo, infatti, che sia molto saggio perdere di vista la nostra limitata esperienza troppo a lungo, perché la sofferenza è sempre lì, presente e costantemente in agguato: distrarsi può complicare le cose invece che semplificarle.

Cosa significa che tutto co-dipende, ovvero che è parte della infinita rete di cause ed effetti con ci possiamo descrivere la realtà? Forse la prima conseguenza, e la più difficile da comprendere fino in fondo, è accettare quanto della nostra personalità ci deriva dall’esterno, da incontri, relazioni, discorsi altrui, esperienze, contingenze, “caso”. Non saremmo “noi” se avessimo avuto un altra madre o un altro padre, diversi compagni ed amici, amanti differenti, lavori diversi, lingue diverse. Ma cosa significa allora essere “noi”? Non è forse completamente fuori strada pensare a noi, in un altro contesto, come se al centro delle nostre esperienze, sfuggente e nascosto ma nonostante tutto sempre presente, ci fosse un nucleo, un punto privilegiato di osservazione, quell’irriducibile “io che è io” nonostante qualsiasi cambiamento delle circostanze? Consideriamo con attenzione la nostra storia personale, cerchiamo i nostri punti di svolta, i momenti in cui ci siamo sentiti cresciuti, i traguardi raggiunti, o anche le perdite, gli abbandoni, i dolori – non è forse vero che ci hanno cambiati? Che siamo chi siamo in virtù della nostra storia? O, per dirla nel linguaggio del Dharma, che co-dipendiamo dall’infinità di cause che ci hanno portato qui?

E tuttavia dobbiamo anche considerare quanto noi abbiamo influito sulle vite altrui, sull’ambiente che ci circonda, su chi sono gli altri, su com’è la nostra casa, il quartiere, la città, il paese – e il mondo. Sapiamo bene, ormai, che è differente prendere l’automobile o la metro, scegliere i pomodori a dicembre invece che ad agosto, mangiare un etto di carne o formaggio rispetto a uno di fagioli, comprare l’acqua in bottiglia invece che bere l’acqua del rubinetto. Anche noi siamo cause che hanno effetti. Con una differenza. Comprendere la co-dipendenza invece che farci sentire inermi prodotti di cause e condizioni, ci restituisce progressivamente il potere della scelta. Ovviamente la variabile fondamentale è la nostra capacità di comprensione, che va coltivata per far maturare la saggezza delle scelte ponderate.

Ma andiamo ancora più in profondità, se permettete.

Considerare, o meglio prendere sempre più coscienza dell’interdipendenza, ci apre ad un’altra capacità fondamentale della nostra mente: l’empatia. Come noi siamo effetti e cause, responsabili condizionatamente di quello che avviene nelle nostre vite, così vale per gli altri: la loro rabbia, i loro difetti, i loro amori e invidie sono fatti della stessa materia di cui sono fatti i nostri. Sono cause e condizioni che li hanno spinti e continuano a farlo. Sono, come noi, prigionieri di meccanismi che adesso stiamo imparando a conoscere nella loro torpida resistenza ad ogni cambiamento. E diventiamo meno vendicativi, meno legati alla recriminazione nei confronti dei tanti che più o meno inavvertitamente ci hanno colpito. Diventiamo più umani, paradossalmente proprio quando iniziamo a cambiare quella credenza indiscussa di essere un centro privilegiato da cui giudicare ogni cosa con una conoscenza perfetta.

Ma possiamo ancora andare più in profondità.

Interdipendere, come abbiamo visto, significa ricevere il proprio “essere” da qualcos’altro, che a sua volta lo “riceve” da altro e così via in un infinito rincorrersi di cause ed effetti, che sfida il nostro bisogno di trovare un senso. Constatiamo che ogni significato che riusciamo a scorgere, o meglio a costruire, è necessariamente limitato e contingente. È parte del nostro ambiente di vita, e costantemente è superato da quello che avviene, sfidato dal cambiamento. Anche se ogni cosa ha una causa, non tutto ha un senso. Pensiamoci: una malattia ha sempre delle cause, sia pure complesse, ma non ha un senso. Può colpire chiunque. Cause e condizioni sono cose diverse da colpe, meriti e – significato. Co-dipendere significa avvicinarsi sempre più ad accettare la nostra vulnerabilità e quella altrui. Così, di nuovo scopriamo che solo se riusciamo a rimanere aperti, empatici (ovvero compassionevoli), riusciamo a stare in mezzo al costante cambiamento, a radicarci senza radici nel vuoto di senso, che è un modo diverso di dire interdipendenza. Tutto allora può diventare significativo, nulla è escluso, tutto può essere oggetto di cura – c’è un antidoto più forte alla tristezza e allo sconforto?

Così, dire che tutto interdipende, significa dire che tutto è “vuoto” (sunyata) ossia che ogni cosa è degna della massima cura e attenzione.

Grazie.