Metafora e pratica quotidiana

metafora_daliIl tempo è denaro, scorre e nessuno sa cosa sta per arrivare. In una sola frase siamo riusciti ad esprimere tre metafore sul tempo, tra le più note e abusate. Questo è solo un esempio di quanto le metafore, o per meglio dire il pensiero metaforico sia importante, soprattutto per comprendere concetti astratti come il tempo, l’amore o lo spazio.

Nel libro “Metafora e vita quotidiana”, i linguisti Lakoff e Johnson  ci offrono l’analisi approfondita di quanto le metafore guidino il nostro pensiero e la nostra esperienza. Nel seguito ci riferiremo spesso alla loro teoria.

Cos’è una metafora? Un modo molto veloce per definirla è: una similitudine in cui abbiamo omesso la parola ‘come’ e l’aspetto che vogliamo paragonare. Facciamo un esempio: supponiamo che Luca sia coraggioso, tanto che potremmo paragonarlo ad un leone (la nostra cultura ci suggerisce questo paragone, perché associa quest’animale al coraggio). Potremmo quindi dire: “Luca è coraggioso come un leone”. Ora, se omettiamo i termini “coraggioso come” otteniamo una metafora: “Luca è un leone”.

Lakoff e Johnson mostrano che costruiamo metafore non solo quando scriviamo o facciamo dei discorsi, ovvero quando abbiamo degli intenti retorici, ma anche e soprattutto quando cerchiamo di comprendere le nostre esperienze per costruire dei concetti e per comunicarle. Dire “la storia tra noi non ci sta portando da nessuna parte” è usare una metafora per spiegare che una relazione sentimentale non sta evolvendo come vorremmo, esattamente come un veicolo che è rimasto fermo non porta da nessuna parte. A pensarci solo un attimo ve ne verranno in mente molti altri esempi.

Dal concreto all’astratto

Quello che abbiamo detto fin qui non esaurisce quanto sappiamo sull’uso delle metafore. L’aspetto che ci interessa è illustrare come esse ci permettano di comprendere qualcosa di astratto nei termini di un’esperienza concreta. Per questo scegliamo il termine di paragone tra le nostre esperienze quotidiane, molto spesso da quelle corporee, per cercare di cogliere un aspetto importante di quello di cui ragioniamo. In questo modo possiamo chiarire una caratteristica poco nota o sfuggente nei termini di una nota e chiara.

Torniamo all’esempio del leone: non possiamo toccare con mano il coraggio, è una caratteristica personale che può esserci in alcune circostanze o mancare del tutto in altre. Quindi come possiamo misurarlo? Per dire che una persona è molto coraggiosa e lo è sempre, la paragoniamo ad un leone, che la nostra cultura descrive come sempre molto coraggioso. Allo stesso modo possiamo dire che una storia d’amore è una barca che affonda, per dire che sta finendo inesorabilmente, anche se non potremmo davvero indicare dove sta affondando e cercare di recuperarla con un traghetto; allo stesso modo non offriremo al nostro amico Luca un kilo di carne cruda per cena.

In breve, le metafore hanno un “verso di lettura” che va dal concreto all’astratto. Se invertiamo questo verso di lettura e pretendiamo una completa sovrapposizione tra i termini di paragone, finiremmo per avere dei risultati assurdi e ridicoli.

L’implicito

Ma pensare per metafore ha delle conseguenze implicite di cui non siamo sempre consapevoli. Infatti proprio mentre vogliamo chiarire un aspetto sfuggente o difficile di una certa esperienza nei termini di un’altra, potremmo “proiettare” aspetti di quest’ultima sulla prima. Finiremmo così per alterare il senso del paragone. Come se, senza accorgercene, prendessimo davvero Luca per un felino di grossa taglia e gli offrissimo un osso da spolpare.

Facciamo un esempio tratto da un ambito religioso. Nei Vangeli si paragona Dio ad un pastore che rischia la vita per ritrovare la pecora smarrita. In questo senso, si cerca di illustrare il suo amore. Tuttavia questa stessa metafora paragona i fedeli alle pecore, che non sono famose per essere animali autonomi e intraprendenti. Spesso si perdono perché sono guidate dal desiderio di mangiare qualche ciuffetto di erba e non stanno attente alle conseguenze. Inoltre ci basta pensare a cosa significa di solito “far parte del gregge”. Ora non possiamo affermare che chi ha paragonato l’amore di Dio per gli uomini a quello di un pastore volesse descrivere gli uomini come pecore. Ciononostante, questo paragone può essere usato per giustificare l’abuso del potere religioso, che squalifica l’individualità e l’autonomia delle persone.

Certamente il nostro intento qui non è fare polemica religiosa, o condurre complicate analisi delle metafore nella nostra cultura. Questa breve digressione ci serve, piuttosto, a introdurre un argomento che ha a che fare con la pratica della consapevolezza e della meditazione. Infatti quando pratichiamo usiamo metafore continuamente e per lo più inconsapevolmente.

Come le metafore guidano la pratica?

Quando riceviamo delle istruzioni sulla meditazione le metafore (implicite) sono presenti e molto attive. Frasi come “Seguire il respiro che entra ed esce” paragonano questa funzione a qualcosa che si sposta “entrando” dentro di noi ed “uscendo”. Oppure quando ci hanno detto di “lasciar cadere le distrazioni”, i nostri insegnanti hanno paragonato le distrazioni a “qualcosa di concreto” che cade a terra se apriamo la mano. Ed implicitamente questa espressione ci ha suggerito che la nostra attenzione “afferra” i pensieri proprio come la nostra mano afferra le cose. A qualcuno è tornata in mente la famosa metafora della “mente scimmia”? Ottimo, direi che siamo proprio sul punto.

Quando poi iniziamo a praticare la visione profonda (vipassana), di nuovo le metafore ci servono a chiarire le istruzioni piuttosto sfuggenti di questa pratica. Diciamo di “osservare le sensazioni, le emozioni o i pensieri” come se questi fossero degli oggetti che possiamo “vedere” con l’attenzione così come potremmo vedere qualcosa di fronte a noi con gli occhi. Davvero riuscite a osservare un prurito? Di nuovo dal concreto (e corporeo) all’astratto e indefinito.

Che effetto hanno queste metafore sulla nostra pratica? Dire “osservo i pensieri” ha delle implicazioni che spesso ci sfuggono, finché non ci troviamo con dei problemi quasi insormontabili – fino a che punto un pensiero è come “qualcosa là fuori” che posso “guardare”? C’è “qualcuno” che osserva questi pensieri e quando è distratto è “preso” da essi? C’è una separazione tra i pensieri e “me”? Così invece che osservare come i pensieri sono me, che cambio costantemente e non controllo quasi affatto questo cambiamento (o meglio molto meno di quanto immagino e vorrei), finisco per immaginare un “Io” separato dai pensieri che li pensa. Mi sfugge così e che questi pensieri, e quindi “me”, sono solo l’effetto di catene di cause naturali spesso ignote, antiche e intrecciate.

E tutto questo perché ad un certo punto abbiamo preso troppo sul serio la metafora dell’osservare, con cui abbiamo cercato di comprendere l’esperienza sfumata di “essere consapevoli” – che vuol dire tantissime cose: essere svegli, pensare alle conseguenze, seguire con attenzione, controllare, verificare, lasciare che le cose vadano come vanno, essere testimoni …

Dovremmo quindi rinunciare alle metafore? Assolutamente no! In realtà non potremmo neppure. Piuttosto occorre usarne di più. Intendo dire che occorre riconoscere che le usiamo quando cerchiamo di comprendere e comunicare le esperienza della pratica, e capire bene quali sono i loro limiti. Cosa stiamo comprando senza accorgerci insieme ad una metafora come “essere testimoni”? E a questo punto cambiarle, usarne di nuove.

Come diventa la pratica se la descrivo come “lasciarmi attraversare dai pensieri, dalle emozioni e dalle sensazioni” quasi fossi un materiale poroso o un vetro trasparente? E se dico che occorre “disarticolare la catena che lega sensazioni, emozioni e pensieri”? Com’è considerarsi una macchina a trasmissione meccanica, in cui pensieri, emozioni e sensazioni trasmettono il movimento alle parti? E se praticare fosse “un tuffo nel presente, così com’è”? O fosse piuttosto “un sentiero, che devia talvolta, ma che ci porta alla meta del Nirvana”?

Quali sono le metafore che danno struttura alla vostra pratica? E se provaste a cambiarle?