Retta Parola e comunicazione corretta

tre scimmi - retta parolaLa Retta Parola è una  delle sezioni dell’Ottuplice Sentiero: usare correttamente le parole è così importante che è uno degli aspetti che conducono alla Liberazione.

Tradizionalmente la parola “retta” è quella vera, pronunciata con una intenzione retta, ossia non per nuocere. Quindi non è retto mentire, insultare, sparlare, calunniare, dividere con le parole e così via.

Tuttavia sappiamo tutti per esperienza che non basta una lista di divieti per indicare un’azione positiva: non uccidere non significa promuovere la vita, ad esempio.

Così abbiamo cercato di avvicinare ed esplorare questo tema da un punto di vista più “occidentale”. Così abbiamo proposto ai nostri compagni di pratica una semplice ed efficace teoria della comunicazione, che mette insieme contenuto, relazione, rivelazione di sé e quello che desideriamo avere dal nostro interlocutore.

La prima osservazione da cui partire è che  comunicazione è una delle dimensioni che ci rende più compiutamente umani. Siamo animali sociali, evolutisi da 150.000 anni per viviere in gruppo: questo vuol dire che la relazione e la comunicazione (che è il modo principale di costruire e mantenere relazioni) sono state due caratteristiche vincenti, che ci hanno permesso di sopravvivere e prosperare. Noi  “umani” non facciamo altro che parlare insieme – anche quando siamo da soli, al punto che quando pensiamo stiamo dialogando con noi stessi.

Ma cosa vuol dire davvero  “parlare insieme” e come è fatta una vera comunicazione efficace?

F.S Von Thun nel suo libro “Parlare Insieme”Parlare Insieme , TEA edizioni,  ci propone di considerare ogni cosa che diciamo o ascoltiamo (ogni messaggio, anche se un messaggio non è detto che sia inviato a parole) secondo quattro dimensioni, che lui rappresenta con altrettante orecchie.

La prima è la dimensione del contenuto. Si tratta proprio del dato di fatto in quello che diciamo. Ad esempio se dico: “Questa minestra è fredda!”, in questo messaggio c’è sicuramente l’informazione circa la temperatura della minestra, così come la percepisco. So già che avvertite ben altro dietro una frase di questo tipo …

E infatti la seconda dimensione è l’appello – ossia quello che vorrei indurti a fare; è molto spesso implicito, poco chiaro e meriterebbe molta attenzione: in quella frase potrebbe esserci l’appello: “Desidero che tu mi prepari una minestra calda, invece che questa fredda e desidero che tu, così facendo, mi dia tutta l’attenzione che voglio”.

Ma le cose cambiano se quella frase è rivolta da un marito seccato alla propria moglie, o da una mamma verso il figlio che non mangia cose calde. Infatti c’è di mezzo la definizione della relazione tra chi parla, che ogni messaggio porta con sé. In che posizione reciproca siamo? Chi sei tu per me? Chi ha più potere?  Che ruoli sto assegnando?

E poi, da ultimo, c’è la dimensione della presentazione di sé: pronunciare una frase dice sempre qualcosa di noi all’altro. Dire qualcosa in modo brusco, amorevole, neutro, sollecito, ansioso dà informazioni all’altro su chi siamo e su chi vogliamo essere in quel particolare momento.

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F.S Von Thun

Credo che rappresentarci così i nostri scambi aiuti a capire da dove viene fuori il blocco e il conflitto. Infatti, possiamo “camuffare” un messaggio e farlo sembrare qualcosa di diverso da quello che è. Facciamo un esempio: in una riunione tra clienti e fornitori, il rappresentante dei primi si lancia nella descrizione delle sue attività. Sembra un messaggio informativo, ma in realtà ha una forte componente di presentazione di sé  (“Siamo gran fighi in quello che facciamo!”) e definisce la relazione (“Siamo esigenti, perché siamo fighi: siete alla nostra altezza?”).  Oppure immaginate che un adolescente chieda alla madre: “Dov’è la mia maglietta blu?” – e lei risponda stizzita: “Dove stanno sempre tutte le magliette! Nel tuo armadio!”. Qui c’è uno scambio apparentemente informativo, ma che in realtà definisce la relazione tra i due, e specifica anche che la mamma vorrebbe che il figlio se la cavasse da solo, mentre il figlio vorrebbe tutte le magliette esattamente dove gli servono quando gli servono – o forse vorrebbe una casa tutta sua. Entrambi si presentano come abbastanza tesi.

Come si usa questa mappa della comunicazione? Intanto imparando a rispondere  ascoltando  il lato più importante del messaggio. Se il messaggio contiene un’informazione sulla nostra relazione, nella mia risposta devo tenerne conto – immaginate se rispondessimo aderendo fiscalmente ai dati: sembreremmo un robot.

In secondo luogo, si può imparare a fare un passo indietro e provare la strada della metacomunicazione,  che significa fermarsi un attimo, dirsi e dire: “Cosa sto dicendo? Cosa mi stai dicendo?” e confrontarsi con l’altro su questo piano. La nostra comunicazione sembrava su un piano – ad esempio lo scambio di informazioni – ma in realtà conteneva appelli nascosti, segrete definizioni della nostra relazione, presentazioni di noi che ci sono ignote o che sentiamo disconfermate dall’altro: un universo di discorsi taciuti che continuano a viaggiare senza essere ascoltati del tutto. E spesso senza avere una risposta.

Così questa mappa per la comunicazione può diventare uno strumento di consapevolezza e di liberazione di sé e degli altri.

 

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