Vipassana, Samatha e il Dvedhavitakkasutta

vipassana

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Al Centro Meditazione Roma, ieri sera dopo la pratica di samatha e vipassana sulle sei porte sensoriali, abbiamo letto alcuni passi del Dvedhaivitakka Sutta (Il discorso sui due generi di pensiero) MN 19.

Passi scelti che chiarivano alcune domande dei praticanti del corso di meditazione. Qui il link del sutta: http://www.canonepali.net/mn/mn_19.htm

La lettura è stata tratta dal volume 1 de La rivelazione del Buddha, di Raniero Gnoli; I testi antichi, di Claudio Cicuzza e Francesco Sferra.

In questo sutta, il Buddha spiega come ha diviso, distinguendoli, pensieri di desiderio dei sensi, di malevolenza, di violenza, dai loro opposti: rinuncia del desiderio dei sensi, della malevolenza, della violenza.

Così facendo, potè scoprire che i primi causano afflizione per sé stessi e per gli altri, e riconobbe anche che  la mente di ciascuno di noi sviluppa una inclinazione stabile verso ciò che pensa e considera frequentemente. Dalle nostre ripetute intenzioni, quindi, sviluppiamo le nostre caratteristiche, nel bene e nel male.

Nella tradizione buddista infatti si afferma che qualsiasi abitudine nasce da un precedente sforzo intenzionale. Questo ci peremtte di sviluppare con tempo e pazienza l’abitudine al bene ed evitare lo spiacevole per noi e per gli altri.

Il metodo con  il quale Siddhartha giunge a queste conclusione è molto interessante. Esso consiste nell’applicazione ripetuta e intenzionale della saggezza pratica (sampjanna):  quando si prende consapevolezza di un pensiero “negativo”, se ne considerano tutta sofferenza propria o altrui che ne discenderebbe.  Una volta visto e riconosciuto nella sua valenza negativa, spontaneamente il pensiero si pacifica.  E’ importante norate che lo sforzo  non è nel rimuovere il pensiero negativo, ma nell’osservalo profondamente considerandone tutte le conseguenze: solo grazie all’iniziale consapevolezza, che coglie il pensiero, possiamo poi iniziare un percorso di integrazione e di salutare “pulizia” delle nostre inclinazioni alla sofferenza.

La tradizione ci dice inoltre che  “dare un nome”, cioè l’attività di riconoscere quel che succede nella nostra mente (labelling) della vipassana, affievolisce la forza di emozioni, sentimenti e sensazioni negative. In questo modo la loro presa su di noi si fa più debole.

Un altro passaggio fondamentale del sutta riporta: “Se penso (vitakka) e rifletto (vicara) su di esso (il pensiero positivo o salubre connesso al bene, cioè il pensiero contrario a quello insalubre e spiacevole) per un giorno, per una notte, per un giorno e una nota non vi trovo nulla in cui temere. Tuttavia potrei stancare il mio corpo e quando è stanco la mente viene disturbata, perde concentrazione. Pertanto rendevo ferma la mia mente, la acquietavo, focalizzavo la mia attenzione su un solo oggetto di meditazione, e dunque concentravo la mia mente. Perché? Ma affinché la mente non venisse disturbata”.

Il pensiero connesso al bene è  quindi una base sicura, in esso non vi è nulla da temere, e può darci ristoro. Infatti il pensare e il riflettere che è connesso alla pratica della saggezza, è dunque la pratica della vipassana, se praticata per molte ore può stancare il corpo e causare distrazioni. Il sutta ci consiglia quindi di passare alla meditazione di calma (samatha) per calmare la mente e concentrarla nuovamente per la vipassana. La samatha infatti non produce solo calma, ma una calma concentrata utile per sostenere una visione profonda (vipassana) della realtà.

Cerchiamo ora di chiarire meglio cosa si intende con le parole vitakka e vicara, ossia pensiero e riflessione. Nella pratica meditativa queste due attività hanno una funzione fondamentale. Vitakka è la focalizzazione sull’oggetto di meditazione, vicara  la sensibilità della mente ad esso. Per capirle meglio, immaginiamo di prendere una bottiglietta di acqua e di tenerla in equilibrio sul palmo della mano: stiamo utilizzando vitakka e vicara, cioè focalizziamo l’oggetto, dirigendo  tutta la nostra attenzione su di esso;  poi con movimenti quasi impercettibili della mano lo teniamo in piedi in equilibrio e questa è vicara.

Così avviene durante la meditazione col respiro o su qualsiasi altro supporto: noi pratichiamo in un continuo feedback con l’oggetto meditativo, continue risposte e adattamenti. Risposte e adattamenti che possono avvenire solo in un dato momento, cioè l’eterno presente. Così la nostra attività ci riporta sempre al qui e ora. Perché ORA l’oggetto cambia e  io mi adatto, ORA  l’oggetto cambia di nuovo e io mi adatto. Ora. Ora. Qui e Ora.

La meditazione è un’attività che vive di presente e solo nel presente, perché siamo noi che diamo vita all’oggetto meditativo quando dirigiamo la nostra coscienza e consapevolezza su di esso. L’oggetto meditativo vive della nostra vita nel momento in cui la stiamo vivendo: Qui e Ora.

E il qui e ora è l’unico momento in cui realmente possiamo imparare a scegliere e non a reagire ciecamente, quindi possiamo attuare la libertà che possediamo. In una serie continua di qui e ora.

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