Vipassana: un atteggiamento costruttivo?

RainNo, perché potremmo dire che decostruiamo l’esperienza del sé o identitaria, seguendo la teoria buddhista del Non-Sé, quella che in lingua pali è racchiusa nel termine Anatta. Decostruiamo quelle che Robinson chiama utili convenzioni sociali, cioè le sovrastrutture mentali grazie alle quali decodifichiamo il mondo. Decostruiamo la relazione tra noi e la sofferenza mentale per avere con essa un rapporto migliore e più accogliente per avere informazioni utili per gestirla e magari eliminarla, come ha fatto il Buddha.

Ma un rapporto migliore vuol dire anche costruire, quindi se prima abbiamo dato un NO, ora dobbiamo investigare il SI. E non sono pochi. Costruiamo un sentiero liberante dalla sofferenza, una buona relazione con il fatto che tutto sia fluido e nulla rimane com’è e soprattutto come vorremmo.
Ultimamente il termine fluido è stato sostituito con liquido, riferendosì all’autorità acquista dal grande filosofo Bauman, rafforzando l’idea che dal momento che tutto è liquido, tutto è caotico. Dimenticando però che la caratteristica dei liquidi, proprio per la loro struttura, è quella di adattarsi al contenitore che li ospita. E questa nel buddhismo si chiama impermanenza, in pali anicca.

Quindi noi costruiamo una relazione vantaggiosa all’interno del contenitore realtà, questo contenitore ha tre caratteristiche secondo il Buddha: sofferenza (esistenziale), impermanenza, Non-sé.

Parlando con amici che frequentano il nostro corso, mi ha suscitato molto interesse la loro frase “non saprei bene spiegare a una persona estranea in che cosa consista la vipassana”. Ed è vero. Compito difficile.

La vipassana lavora attraverso l’indagine della realtà così com’è, principalmente e non solo, sul vedere le cose per quello che sono e gestire  meglio il pilota automatico troppo abusato nel nostro quotidiano. Dove pilota automatico sta per Non-Sé.

Spesso si sente in giro che il buddhismo è accettazione, come una forma di quiescenza sociale. Niente di più contrario, la vipassana è il vedere le cose per quello che sono e non invece accettarle passivamente.

Quello che si vede è che il “contenitore mondo” ha quelle tre caratteristiche di cui sopra: sofferenza, impermanenza, Non-sé. Ma una volta scoperta questa realtà oscurata dal nostro egocentrismo (anatta), c’è un maggiore spazio di intervento e scelta rispetto a prima.
Il buddhismo non è accettare tutto, ma solo gli elementi immodificabili dell’esistenza per migliorare la nostra situazione.

Il buddhismo è indagine non rassegnazione o distacco.
L’illuminazione è NEL mondo, non DAL mondo.

Per questo dico sempre, durante la meditazione guidata, che ogni distrazione è una goccia di consapevolezza in più, un nuovo puzzle della nostra indagine su noi stessi, e non un piccolo fallimento. Perché rendersi conto di essere distratti è un ritorno alla realtà e non un distacco da essa.

 

Partnership: Buddhismo Quotidiano

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